lunedì 23 luglio 2018

APPUNTI SU ANTONIONI. di M. FAGOTTO F.

Nei primi film, da "La signora senza camelie" a "Deserto rosso", il tentativo di A. sembra essere quello di allargare gli orizzonti di una società e di una mentalità costrette a restare all'interno di margini ristretti e limitati.
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Si tratta di accogliere, in quello che già c'è, quanto vada nella direzione del nuovo e del cambiamento; oppure di immaginare/trasformare quello che c'è in qualcosa d'altro. Nel primo caso sono esemplari le rappresentazioni dell'ambiente urbano metropolitano costituito da città come Roma ("L'eclisse") e Milano ("La notte"). Gli aspetti architettonici fungono da pretesti per avviare una riflessione sull'astrazione, umana ed urbana, dello e nello spazio moderno.

Nel secondo caso si tratta, invece, di tradurre il paesaggio finito padano nel paesaggio infinito americano (Antonioni confessa che il suo "interesse per gli USA data dagli anni in cui frequentavo l'università", cfr. Un rinnovamento senza sosta, in Antonioni, Fare un film è per me vivere, Marsilio, 1994, p. 282).

Di fatto da "Il grido" a "Zabriskie point" l'elemento comune che accompagna i due film è anche quello del road-movie, della fuga esotica e dell'avventura. I film italiani, dunque, appaiono come un confronto con la modernità (americana) vissuta come mito, aspirazione, apertura, attesa/accettazione del nuovo. Con "Zabriskie point" il regista giunge, invece, direttamente alle fonti stesse del mito. Ora la materia mitologica, ricercata e sognata/inventata in precedenza, pare rovesciarglisi addosso tanta è la prossimità con essa. Natura e cultura, le due costanti che accompagnano tutti i film di Antonioni, si manifestano, ora, nei loro estremi assoluti: la "Valle della morte", da un lato ("Zabriskie point era perfetto, era così primitivo, come la luna. nel mio film non ho intenzione di esplorare il paesaggio nello stesso modo in cui lei lo ha potuto vedere venendo qui. Voglio metterlo sullo sfondo perchè, altrimenti, sarebbe troppo forte", Kinder, Zabriskie point. Intervista con M. A., in Fare un film...p. 272); l'ossessione pubblicitaria, dall'altro ("I cartelloni pubblicitari sono un'ossessione di L.A. Sono così forti che non è possibile evitarli", Kinder, cit.).

La forza con cui la materia mitologica si riversa addosso è testimoniata anche da altre dichiarazioni: 1. se nei film precedenti A. interviene sui colori naturali dell'ambiente (urbano e non), "in questo nuovo film non cambio i colori; cerco di sfruttare i colori che ho"; 2, i costi elevati e il dispendio economico entro cui si lavora in America ("mi sembra di assistere ad un tale spreco di denaro...c'è anche uno spreco di pellicola...sono consumatori, sono abituati a sprecare prodotti, materiali, cibo, tutto"; 3. contrariamente a "Blow up" in cui il luogo "non era che uno sfondo", in "Zabriskie point" "ci troviamo in un Paese violento, autoritario, che condiziona i personaggi che ci vivono fino a farne dei simboli"; 4. "c'è molto colore e non intendo solo il colore della natura, ma anche quello delle città, e se si fa un paragone con ciò che c'è qui in Italia, col nostro colore, allora si vede che il loro è molto più ricco" (Kinder, cit.)

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