P artiamo da una premessa: la psicoanalisi non è uno strumento che ci aiuta a capire noi stessi o il mondo che ci circonda. Non esiste una psicoanalisi di qualche cosa. Non c’è psicoanalisi del cinema, dell’arte, della letteratura, né tantomeno della filosofia. Non esiste nemmeno una psicoanalisi del sociale. Una delle grandi novità della psicoanalisi – che la rende una forma di sapere moderno in una forma assolutamente peculiare – è stata quella di non costituirsi come un corpus di conoscenze classicamente intese, e quindi di non costituirsi come una disciplina vera e propria.
Questo ne impedisce ogni forma di applicazione a oggetti artistici, così come alla politica, all’antropologia, alla sociologia o a qualunque altra disciplina. La psicoanalisi semmai apre una prospettiva etica del tutto inedita, che nelle pagine seguenti proveremo ad andare a delineare per quanto riguarda l’esperienza del campo visivo. Si tratta di un punto che spesso viene a mancare in quella appropriazione universitaria del pensiero di Freud o di Lacan che finisce frequentemente per ridurli alla stregua di comparse della storia della filosofia. Ma la psicoanalisi non si basa su un insieme di concetti, premesse, postulati ecc. non si basa cioè su degli enunciati che dicono delle cose sul mondo o su dei problemi filosofici. Potremmo prendere come esempio l’operazione dell’analista in seduta, che più che parlare del sintomo del paziente come farebbe un medico o uno scienziato empirista, si limita a produrre dei tagli o dei cambiamenti nella punteggiatura nel discorso dell’analizzante. Usa, per così dire, la forbice più che la parola.






