ALTRI ELABORATI
Beatrice Varallo
Un addio ai nostri padri, da I pugni in tasca a El Paraíso
“Prima la vita e poi il cinema”
Luigi Comencini (Fabrizio Gifuni) ne Il tempo che ci vuole
"I think I like the image of life better than life because I don't think real life is as satisfying as film." — François Truffaut
ALTRI ELABORATI
Beatrice Varallo
Un addio ai nostri padri, da I pugni in tasca a El Paraíso
“Prima la vita e poi il cinema”
Luigi Comencini (Fabrizio Gifuni) ne Il tempo che ci vuole
attore svzzero Mario Adorf, grande interprete di stampo internazionale dalla vasta gamma espressiva e dal ricco repertorio, capace di spaziare da ruoli di potenti mafiosi a quelli di membri dell'alta società e di uomini al servizio della legge, è morto mercoledì 8 aprile nel suo appartamento a Parigi, dopo una breve malattia, all'età di 95 anni.
VAI ALL'ARTICOLO IN ORIGINALE
Scomparso a settanta anni dopo una lunga e grave malattia, come indica il comunicato dell’European Film Academy, Béla Tarr, ungherese, è stato uno dei più importanti cineasti europei, amato dalla critica e (purtroppo) ancora poco noto al grande pubblico. In Italia ha avuto tra i suoi ammiratori Enrico Ghezzi che più volte ha proposto le sue opere nelle lunghe e bellissime notti di Fuori orario.
Tarr ha rappresentato una voce unica, forte e straordinariamente originale che ha trovato il suo pieno compimento in quello che viene definito il suo più grande capolavoro, Sátántangó del 1994. Il film epico anche nella sua durata, oltre sette ore, nasce dal romanzo del premio Nobel ungherese (e amico) László Krasznahorkai che ne scrive anche il soggetto.
Y. e Jasmine, un precario musicista jazz e la sua compagna ballerina fanno fa la “bella vita”. Si divertono abbandonandosi agli eccessi, frequentano i giri che contano e le feste esclusive di Tel Aviv. E donano “arte, corpo, anima” a chi offre di più. Di fatto, sono due persone che si prostituiscono, in un modo e nell’altro. Fisicamente, professionalmente, moralmente. Ma tutto questo sembra essere vissuto in maniera “indolore”, senza alcun segno di rimorso, in piena incoscienza, con gioia e disponibilità infinita. Eppure di deposita sul fondo, in un grumo indistinto di frustrazione, rabbia, forse disgusto.
Prima ancora di vedere Berlinguer, la grande ambizione di Andrea Segre, un disagio, purtroppo familiare, è riaffiorato in conversazioni tra amici. Qualcosa di profondo nella storia della sinistra, che discende da Gramsci e che arriva fino a Berlinguer (ne ho già parlato a proposito di Matteotti su doppiozero). Ha a che fare con l’idea di egemonia e meriterebbe una discussione a parte. Perché la sinistra, sempre ampia, varia, paga prezzi alti quando alle scadenze elettorali si presenta con tutte le proprie diversità; ma paga prezzi anche più alti quando le sopprime.
